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I bisogni e le richieste non potevano mancare, specie in un'epoca, nella quale gli istituti del genere erano poco frequenti, e quello di Sette fontane, essendo tenuto da un Ordine religioso specializzato, che disponeva di mezzi vistosi, dava le più ampie garanzie.

Mancando la necessaria documentazione, e particolarmente i dati statistici, non possiamo dir nulla né sul numero degli assistiti, né sulle forme di assistenza, ma dobbiamo pur ricordare, a questo punto, un episodio famoso, che avrebbe seguito da vicino la fondazione dell'Ospedale. Si tratta della morte di Guelfo della Gherardesca e di Donoratico, figlio del famoso Conte Ugolino, che rappresentò in Sardegna, col fratello Lotto, l'ultimo atto della tragedia familiare, non terminata nella Muda eternata da Dante.

Tutti coloro che parlano oggi di Sette fontane, in giornali, riviste o conversazioni, sono, in maggioranza, convinti che Guelfo finì la sua vita travagliata negli ultimi anni, quanto fortunata in precedenza, a Sette fontane, o meglio — poiché in Sardegna località di tal nome ne esistono due — a S. Leonardo.

Non essendo nostro costume aderire ciecamente alle opinioni che corrono, o "jurare in verba magistri", ci sembra opportuno che, rifacendoci ab ovo, esponiamo quanto ci risulta sulla questione, per trarne conseguenze che servano, quanto meno, di orientamento, fra molte incertezze.

Ugolino della Gherardesca, Conte di Donoratico, malgrado le disgraziate vicende che culminarono alla Meloria, dove egli comandava la flotta pisana (1284), riuscì a consolidare il suo potere in Pisa, con l'aiuto del nipote Nino Visconti, figlio di una sua figliuola, del quale parla Dante con grande affetto nel canto VIII del Purgatorio.

Desideroso di governare da solo, riuscì, secondato segretamente dall'arcivescovo Ruggeri Degli Ubaldini, a bandire il nipote e a diventare signore assoluto di Pisa, col titolo di Podestà.

Egli era, in quell'epoca, Re Domino in Sardegna di una terza parte del Giudicato di Cagliari (1), che, nel 1250, aveva ottenuto in comunione col suo congiunto Gherardo della Gherardesca (2) ma che godeva praticamente da solo, perchè Gherardo si limitò alla richiesta di qualche tributo. Soltanto dopo la morte di lui, avvenuta prima del 1282, i successori pensarono alla rivendica dei loro diritti, a mezzo di un procuratore, nominato nella persona di Bacciameo Guinizzelli.

Ugolino governava i suoi possedimenti di Sardegna pel tramite del suo figliuolo Guelfo, il quale era considerato come un vero e proprio Viceré (3), mentre il fratello Lotto, essendo stato fatto prigioniero alla Meloria, si trovava sotto la custodia dei genovesi.

Guelfo, d'altra parte, stava nell'isola per suoi particolari interessi. Aveva, infatti, per moglie Elena di Svevia, figlia del re Enzo - il famoso prigioniero di Bologna - secondo marito di Adelasia di Torres, già vedova di Ubaldo Visconti. Vantava, pertanto, diritti sul Giudicato di Gallura, diritti che nel 1267, dopo l'infelice fine del suocero, aveva anche sostenuto con le armi.

Mentre stava a Cagliari con la moglie, quasi all'apice della sua fortuna, giunse a Guelfo la notizia che il padre, tradito dall'arcivescovo Ruggeri, che aveva suscitato contro di lui le ire dei Ghibellini, era stato rinchiuso, coi figli Gaddo e Uguccione, nonché coi nipoti Anselmuccio e Nino, detto il Brigata, nella torre dei Gualandi, dove i cinque disgraziati, in esecuzione di una barbara condanna, erano morti per inedia (1288).

Su quel che avvenne dopo, diamo la parola agli storici che raccontano la tragica avventura di Guelfo e del fratello Lotto, il quale, intanto, era stato messo in libertà dai genovesi, dietro pagamento della somma richiesta per il suo riscatto.

Lo storico pisano Raffaello Roncioni (4) incomincia con l'affermare delle inesattezze, dicendo che Guelfo, < dopo la morte del Conte Ugolino suo padre, venne nell'isola col proposito di trarne vendetta contro i pisani col fratello Lotto, dando man forte ai genovesi, per sottrarla al loro dominio ». - Noi sappiamo che Guelfo non aveva bisogno di venire in Sardegna, in quanto vi si trovava da un pezzo, e sappiamo pure che Lotto venne, per suo conto, più tardi, senza escludere che alla liberazione di lui abbia contribuito un accordo coi genovesi contro i pisani.

Il Roncioni così prosegue: « Partitosi dal castello di Castro (5), occupò Villa di Chiesa ed il castello della Gioiosa. Quivi gli pervenne nelle mani Vanni Gubetta, che era stato vicario dell'arcivescovo Ruggiero e non riteneva estraneo alla crudele morte di suo padre. Perciò lo fece attanagliare sopra una carretta e poi squartare da quattro cavalli.

Tale atto indignò i pisani, che sapendo quali erano le intenzioni di Guelfo e del fratello, uniti ai genovesi, bandirono contro di loro apertamente la guerra. Mandarono in Sardegna Lupo Villani, il quale favorito dal Giudice di Arborea Mariano II, pose l'assedio a Villa di Chiesa, che non tardò ad arrendersi.

Andando un giorno Guelfo ad Acquafredda, con molti soldati, avvenne che il cavallo sdrucciolò mettendo sotto il Conte.

Riconosciuto da Giovanni Squilla, fu da lui malamente ferito e condotto a Terranova prima, poi a Sassari, dove morì.

Così i pisani poterono ricuperare molte terre che erano state tolte al loro dominio ».

Come si vede, il racconto del Roncioni, a parte le inesattezze, è piuttosto affrettato, e riduce, specialmente nella scena finale, ai minimi termini il tempo e lo spazio. Per quanto a noi interessa, notiamo che Guelfo sarebbe morto a Sassari, evidentemente nelle mani dei suoi nemici pisani, che l'avevano trasportato prima a Terranova !

Il Fara (6) è molto meglio informato, e, per quanto non abbondi di particolari, il suo racconto aderisce alla logica più naturale dei fatti. Egli dice che Guelfo, dopo aver appreso la notizia della morte del padre, scostatosi apertamente dai pisani, con l'aiuto dei genovesi, sollevò contro di essi e fortificò Villa di Chiesa, Domusnovas, Baratili, Gioiosa guardia, Acquafredda ed altri centri minori dei dintorni. Mentr'egli così operava, accorreva in suo aiuto dal Continente, con truppe, il fratello Lotto, animato dal desiderio di portare il suo contributo alla vendetta paterna.

I pisani, trovandosi a mal partito, mandarono in Sardegna il Conte Nero, il quale, con l'aiuto ed il consiglio di Mariano II, raccolto un forte esercito, assediò, da prima  Domusnovas, che cadde, coi luoghi fortificati viciniori.

Mentre Guelfo accorreva da Villa di Chiesa, con le sue milizie, Nero con Mariano gli andarono incontro e fu ingaggiata battaglia, ma i nemici — ricorriamo qui al testo del Fara, per essere più precisi — « fortiter pugnantes, eum superant, fundunt, et fusum capiunt. Quod ubi comes Lotto novit, deditione Villae Ecclesiarum et aliorum locorum, fratrem redimit, quem postea APUD SEPTEM FONTES, gravi febri correptum, paulo post amisit; nec diu Lotto ipse tot adversis superstes fuit ». Il latino del Fara è facile; ad ogni modo, egli afferma che, ingaggiatasi nei pressi di Domusnovas un'aspra battaglia, Guelfo è vinto dai nemici, messo in fuga e fatto prigioniero. Aggiunge che Lotto, ciò saputo, con la cessione di Villa di Chiesa e degli altri luoghi, riuscì a liberare il fratello, che dopo perdette, essendo stato assalito da grave febbre, presso Sette fontane. Ricorda infine che lo stesso Lotto,, dopo tante disgrazie, non sopravvisse  a lungo.

E' chiaro pertanto che Guelfo non morì a Sassari, prigioniero dei pisani, ma libero, sebbene disgraziatissimo, a Sette fontane, località non meglio indicata dal nostro storico, che trae la notizia  da un'antica cronaca sarda.

La versione del Fara sull'argomento è confortata anche dall'autorità del Manno (7) il quale dice appunto che Guelfo fu liberato dal fratello con la cessione di Villa di Chiesa e degli altri luoghi da lui governati. Nulla afferma sul luogo dove sarebbe avvenuta la morte, per quanto, in nota, si riferisca al Fara ed alla sua antica cronaca sarda.

Il Tola, basandosi sulle notizie del Roncioni, da noi riferite, rileva che non a caso il Fara, citando l'autorità di un antico codice manoscritto, scrisse che il Conte Guelfo morì, poco dopo la dedizione di Villa Ecclesia, apud Septem Fontes; poiché esiste veramente, alla distanza di due miglia non giuste, dalla città di Sassari, un luogo appellato ancor oggi Sette fonti (Setti funtani), nel quale si vedono le rovine di antichi edifici (8).

Si cerca così di conciliare un'enorme discordanza fra due storici, ma a noi pare che, se pure il nome del luogo accreditato dal Fara può rendere un buon servizio al Roncioni, occorra ben altro a giustificare tutte le altre fantasticherie del suo racconto.

A parte tutti i rilievi già fatti da noi, e quelli che si possono ancor fare, confrontando le due versioni, è evidente che Guelfo, caduto sotto il suo cavallo, come lo storico pisano racconta, e ferito, per giunta, malamente da Giovanni Squilla presso il castello dell'Acqua fredda, non avrebbe avuto tanta resistenza da sopportare il viaggio fino a Terranova, e poi anche a Sassari, prigioniero — non bisogna dimenticarlo — dei suoi nemici accaniti, che, oltre la ribellione, potevano rimproverargli anche lo strazio fatto, come dice il Roncioni, di Vanni Gubetta.

Sembra più logico ritenere, con l'antica cronaca su cui si fonda il Fara, che Guelfo, caduto prigioniero, dopo l'accanita battaglia di Domusnovas, sia stato liberato dal fratello, con le note cessioni di Villa di Chiesa e dintorni, e poi, essendo malandato in salute, condotto a Sette fontane del Montiferro, anziché alla località omonima presso Sassari, di cui parla il Tola.

La nostra opinione è giustificata dal fatto che la località illustrata nel presente studio era, come abbiam visto, molto nota in quel tempo, per l'opera che vi svolgevano i frati Ospedalieri, e nessun'altra località era meglio indicata per un sofferente. Non va inoltre dimenticato che, provenendo da Iglesias, questi trovava così la sua sistemazione a meno di metà strada da Terranova ed a metà strada quasi precisa da Sassari.

Qual ragione poteva consigliare il trasporto di un ammalato a Terranova?

Qual altra suggerirne, poco dopo, il trasferimento a «Setti funtani>, distante — si noti — meno di due miglia da Sassari? Le condizioni di Guelfo avrebbero, se mai, richiesto un alloggio tranquillo e comodo nella città vicina.

Riteniamo, infine, che un motivo predominante spingesse l'ammalato, «gravi febri correptum » — forse colpito da una violenta forma malarica —, a cercar ricovero presso gli Ospedalieri di S. Giovanni di Gerusalemme. Essi erano stati chiamati in Sardegna, e sistemati a Sette fontane, dal Priorato di Pisa quando era pars magna di quel governo il Conte Ugolino. Il figlio, che indubbiamente li conosceva e li apprezzava, non poteva non considerarsi fortunato, nel suo abbattimento fisico e morale, di trovare sulla sua strada un tetto amico, che sembrava lì pronto per la sua assistenza.

Né si dica che gli Ospedalieri, accogliendolo, potevano temere di attirarsi le ire di nemici potenti, giacché, a parte il fatto che costoro gli avevano concesso, sia pure a caro prezzo, la libertà, al di sopra di qualunque sentimento di parte e di qualunque timore, stavano, per i frati, i doveri della carità cristiana, di fronte alla quale ogni odio poteva ormai aver tregua, ed essi, d'altra parte, sapevano di poter opporre a chiunque il diritto di asilo.

Crediamo pertanto che la nostra opinione modestissima possa valere l'ipotesi accomodatizia del Tola, escogitata per far concordare le notizie storiche del Fara con le fantasticherie del Roncioni.

Bisogna tuttavia riconoscere ch'esse ebbero fortuna, e che, per diversi storici ben quotati, Guelfo Della Gherardesca mori, indiscutibilmente a Sassari.

Il Lamarmora non si occupa ex professo della questione, ma dichiara di accedere all'opinione del Fara, piuttosto che a quella del Tola (9), sebbene, nell'ipotesi, non si mettano in lizza le opinioni di nessuno, essendosi il Tola limitato a volere eliminare uno dei molti errori di Raffaello Roncioni.

Quale la data della morte di Guelfo? - In una carta del 20 giugno 1296, rinvenuta nell'archivio della famiglia Alliata a Pisa, vien fatto riferimento ad un'obbligazione che i fratelli Guelfo e Lotto Della Gherardesca contrassero nel 1295, e si parla di essi come di persone già decedute. Evidentemente, morirono entrambi fra il 1295 ed il 1296. Partendo da questi dati, indubbiamente precisi, poiché sappiamo che Lotto sopravvisse al fratello, la morte di quest'ultimo, dev'essere avvenuta, con molta probabilità, alla fine del 1295 (10).

Tirate le somme, non è lecito affermare, con assoluta certezza, che Guelfo Della Gherardesca abbia finito la sua travagliata esistenza nell'Ospedale di S. Leonardo, ma diverse circostanze stanno per l'affermativa, in contrasto soltanto con le discutibilissime informazioni di uno storico, che il Tola, certo in buona fede, cercò di accreditare su un particolare di modesto rilievo, lasciando ingiustificati diversi altri errori.

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*In: Giuseppe Massidda, Sette Fontane, (La morte di Guelfo della Gherardesca), Ed. C.C.I.A. Cagliari, Tip. Tullio Mulas, s.a.

1 Lo attestano due epigrafi murate nella chiesa di S. Chiara in Iglesias.
2 Besta, Sardegna Medioevale, Palermo, 1908, pag. 224.
3 Romualdo Loddo, Il sigillo del Vicario del Conte Ugolino Della Gherardesca e Donoratico, in Arch. Storico Sardo, vol. XII, anno 1916-17.
4 Roncioni, Istorie Pisane, Firenze, 1847, parte Ia, pag. 557 e segg.
5 Da Cagliari.
6 De rebus sardois, Lib. II, pag. 209-210.
7 Storia di Sardegna, vol. II, lib. Vili, pag. 63.
8 Tola, Dizionario, vol. II, pag. 225, nota.
9 Lamarmora, Itinèraire, tome II, pag. 44, in nota.
10 Vedi, su tutta la questione, Maccioni: Mem.Ist d'illustri uomini pisani, tomo il, nota 3.